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MATILDA
LA STAGIONE INVERNALE E' TERMINATA CON "MATILDA" DI CUI POTETE LEGGERE LA RECENSIONE

MATILDA, AMARA LIBERTINA DEI NOSTRI GIORNI
Si è chiusa ieri sera la stagione teatrale 2011-2012 del Teatro La Baracca, con lo spettacolo Matilda. Scritta e diretta da Maila Ermini, questa godibilissima pièce in lingua fiorentina è uno dei rari esempi di teatro vernacolare non disimpegnato, ma che al contrario affronta un tema controverso come il sesso e la sue percezione in questi anni di rinnovata pruderie.
Maila Ermini interpreta Matilda, appunto, professoressa di matematica ormai in pensione, che dopo decenni trascorsi nell’insoddisfazione di una vita che non sentiva sua, a settantacinque anni decide di rimettersi in gioco prostituendosi per il piacere suo e dei clienti. Una provocazione che scatena l’ira dei suoi familiari, i quali decidono di chiuderla in casa impedendole di svolgere il “mestiere”.
Una commedia, questa, dagli echi balzachiani, incentrata su un difficile scontro generazionale, sul profondo distacco fra giovani e vecchi, questi ultimi guardati con disprezzo.
Ermini interpreta questo difficile personaggio con particolare bravura, assumendone l’incedere incerto contrapposto alla fierezza di carattere sottolineata da una voce decisa anche se leggermente arrochita, dando così prova della versatilità delle sue doti di attrice oltre che di drammaturga. Nel suo dialogo con i familiari, Matilda si racconta più o meno apertamente, ma senza inutili nostalgie. È anzi ben decisa a guardare avanti, e a vivere in piena libertà gli anni che le restano.
Nella sua fiorentinità emancipata, Matilda canta vecchi stornelli della tradizione toscana che inneggiano all’amore, al suo lato carnale ma anche poetico, tradizione le cui radici affondano nel Medioevo e nello Stilnovo, e con un piccolo sforzo d’immaginazione, non è difficile cogliere sullo sfondo della drammaturgia di Maila Ermini, Dante e la sua Amor che nella mente mi ragiona. Un richiamo che dimostra quanta parte la Toscana abbia nella produzione teatrale della regista.
Nell’amore Matilda vede una possibile via di fuga dalla quotidianità spersonalizzante, dalle ipocrisie e dalla frustrazione di una vita inappagante. Tuttavia, l’unico aspetto dell’amore che oggi sembra essere rimasto è quello carnale, con tutte le problematiche irrisolte dal ’68 in poi.
Emerge il non indolore scontro generazionale, che paradossalmente vede le generazioni più giovani, - qui esemplificate nella figlia, nel genero e nella nipote di Matilda -, molto più timorose di fronte al sesso di quanto non lo sia l’ormai anziana parente. La figlia e il genero si vergognano di lei, non approvano la sua condotta, schiavi come sono dell’ipocrisia borghese, ma soprattutto troppo impegnati “a far soldi nella loro fabbrichetta”, come puntualizza Matilda. E la nipote adolescente, ancora vergine, è completamente digiuna di educazione sessuale; in famiglia non se ne parla, così come non se ne parla nelle scuole. Perché? Ed è questa la riflessione che là pièce di Ermini vuole stimolare negli spettatori. Ignorare per ipocrisia un tema importante com’è appunto il sesso ha causate varie e gravi forme di disagio, soprattutto negli adolescenti, che si scoprono confusi e impreparati nel gestire le naturali pulsioni biologiche, e hanno difficoltà nell’approccio maschi-femmine. In secondo luogo, anche i giovani adulti, la “generazione di mezzo”, vive il sesso con disagio, vergognandosi da una parte degli eccessi del ’68, e sfogando il desiderio attraverso un voyeurismo vissuto con colpevolezza.
Inutile specificare il più grave disagio sociale causato da frustrazioni del genere.
Molto bella la scenografia, che ripropone un interno borghese databile attorno alla metà degli anni Cinquanta, e che sembra estratto di peso da un film di Bolognini o Monicelli. Un clima poeticamente nostalgico, accostato alle canzoni che arrivano da una radio in un angolo della stanza: Buscaglione, Paoli, Celentano. E la memoria corre indietro nel tempo, a quel decennio che va, a un di presso, dal 1955 al 1965, gli anni della gioventù di Matilda. Lo spettacolo è così idealmente sospeso fra due epoche, e propone, anche visivamente e uditivamente, la problematica del rapporto fra essere e tempo. In chiusura, come ultima canzone con il sipario già calato, si può ascoltare Sapore di mare, l’ultima illusione di poter sentire il sapore dell’altro e superare così la dolorosa solitudine della vita.
Ma i riferimenti al cinema si ritrovano anche nella vena di amara comicità che permea lo spettacolo, accostabile a quel filone della commedia italiana che ha in Amici miei l’esempio più fulgido. Si ride, ma con risvolti di profonda amarezza, fra nostalgia della gioventù e la vana illusione di poter andare oltre sé stessi; ed è questo l’uso che Matilda fa del sesso, andando però incontro, come ermeticamente fa capire lei stessa, alla delusione.
Unica nota stonata, il pubblico, che ieri sera non era esattamente numeroso. È vero che da una parte si deve considerare la concomitanza di più eventi teatrali a Prato e dintorni, ma dall’altra, a nostro modesto parere, è mancata nel pubblico una certa capacità critica di discernimento a proposito della qualità delle varie offerte teatrali. Troppo spesso ci si lascia abbagliare dalle luci vuote di un cartellone ufficiale, e si tralascia la qualità delle produzioni minori, produzioni che spesso affrontano temi scomodi che inducono a riflessioni profonde e talvolta dolorose. E tuttavia, è proprio con riflessioni del genere che si può instaurare quel proficuo dialogo e quel senso critico capaci di risollevare gli individui dalla crisi sociale in cui sono caduti. A Prato, questo coraggio ancora manca in larga parte.
Niccolò Lucarelli (Pratoreporter)
 
Antologia del Bisenzio
“Quando la morte non dice la verità. Maila Ermini racconta la sua Spoon River

Ha debuttato ieri sera, in prima nazionale al Teatro La Baracca, Antologia del Bisenzio, ultima fatica teatrale di Maila Ermini…con pregevoli qualità. Un’opera fortemente critica, che affronta un secolo circa di storia pratese, nelle parole di coloro che a Prato hanno vissuto e a Prato sono morti.

Maila Ermini e Gianfelice D’Accolti si spendono, senza forzature ma con piglio di veri artisti, in una serie di letture sceniche - di testi poetici scritti dalla stessa Ermini -, che raccontano la vita di personaggi ormai scomparsi, personaggi molto diversi tra loro, ma che tutti insieme compongono il complesso affresco della realtà “nascosta”, ovverosia di quegli aspetti dell’esistenza che ancora non erano emersi; recriminazioni, pentimenti, pensieri licenziosi, pensieri d’amore, dubbi e certezze, paure. Una vera e propria riflessione post-mortem, che va ben al di là della solita ipocrisia che accompagna la dipartita delle persone. Qui l’anima è messa a nudo, è lo stesso scomparso a parlare di sé, e per testimoniarci che ha vissuto, non esita a riappropriarsi di quella verità che il perbenismo e l’ipocrisia hanno sepolto con le sue spoglie mortali.

Una scenografia semplice ma efficace, accompagna lo spettacolo: un lungo drappo rosso steso sul palco simbolizza il Bisenzio macchiato di sangue, sul quale naviga una fragile barchetta di legno, fragile come l’esistenza. Quasi nessuno muore in pace, Ermini sceglie vite travagliate e morti violente, solitarie, sofferte. La Spoon River pratese non fa sconti a nessuno.

Uomini politici, immigrati, persone ai margini, imprenditori e semplici operai, uomini e donne, laici e religiosi, tutti parlano di sé e, di riflesso, della città che è stata anche la loro…Come si vede, un’opera teatrale scomoda, graffiante, politica, che si interroga sulle grandezze e le miserie del genere umano, sulle quali sempre interviene, ironicamente, sadicamente o giustamente, la potenza livellatrice della morte”.

Niccolò Lucarelli – Pratoreporter (15 gennaio 2012)
 
Leonardo, diario intimo di un genio
Leonardo: un libero pensatore del popolo. Lo spettacolo di Maila Ermini al Teatro La Baracca

Innovativo e non convenzionale il ritratto che Maila Ermini ci offe di Leonardo da Vinci, nello spettacolo da lei scritto “Leonardo, diario intimo di un genio”, andato in scena al Teatro La Baracca.
Maila Ermini interpreta Caterina - madre dell’illustre toscano -, la cui presenza sulla scena, a fianco di un Leonardo ormai canuto, può sembrare, a una prima, distratta occhiata, una forzatura temporale. In realtà, uscendo dalla pura dimensione storica, Ermini ci mostra con pregevole tocco poetico, il profondo affetto che legava madre e figlio, nato dalla relazione che la madre ebbe con un notaio fiorentino, e quindi nato illegittimo. Una madre che comprende la genialità del figlio, e che lo segue con amore e trepidazione anche nella sua vita di adulto.
Ma il protagonista è ovviamente lui, Leonardo.
Provocatoria, spiazzante e azzeccata, è stata la scelta di Carlo Monni, che con la sua abituale schiettezza, offre una convincente interpretazione dell’uomo Leonardo, esprimendo quel suo essere uomo del popolo che dà la vera misura della sua toscanità. Contrariamente alle apparenze, insistere sulle sue origini e i suoi modi popolari, non è sminuire la statura del genio di Vinci, ma al contrario, è un modo per inquadrarlo in quella dimensione concreta, semplice, pratica e speculativa, che è il vero modo di essere toscano.
Monni, autentico toscano di Campi Bisenzio, si cala nei panni dell’illustre conterraneo e parla - nella sua lingua arguta, mordace, non televisiva, ma piana e scevra di inutili orpelli -, di poesia e filosofia, della bellezza della natura, della libertà e dell’anima dell’uomo, e riesce a parlarne con tale lievità da farle sembrare cose di tutti i giorni. Perché lo straordinario, il geniale, l’artistico, in Toscana non si discostano mai da quella che è la proporzione dell’uomo.
Un Leonardo che ci appare non come un semplice scienziato, ma come un poeta della scienza, incantato dalla bellezza della natura e animato da quella sete di conoscenza che ha per fine la verità, un Leonardo che racconta facezie di gusto popolare e che cita lettere e sonetti scritti da lui stesso, in cui irride bonariamente Firenze, il Verrocchio, gli artisti e i popolani, e nello stesso tempo affronta i dubbi e le paure dell’uomo, interrogandosi sul significato dell’arte, sui perché dell’invidia altrui, su quell’anima che ognuno dovrebbe avere, ma che non si riesce a vedere.
“In solitudine, sono tutto mio. In compagnia, sono solo soltanto a metà”. Un’affermazione che ci mostra un Leonardo concentrato sulla natura intima dell’uomo, che ha bisogno del silenzio della notte per riflettere, studiare, inventare, lontano da quella folla invidiosa che mal sopporta chi vuole essere prima di tutto sé stesso. Ed è questo il più importante dei messaggi che ci lascia lo spettacolo di Maila Ermini, sempre attenta a indirizzare il suo teatro verso la critica sociale; in un’epoca che ha perso curiosità, priva di inventiva e assuefatta alla piattezza della televisione, è quanto mai opportuno riscoprire il gusto dell’originalità e affrancarsi da modelli prestabiliti.
Splendida, nella sua semplicità, la scenografia, limitata a un tavolo con sopra una candela, e ingombro di libri, e coronata dalle due cornici vuote alla parete, simbolo di due opere incompiute: la battaglia di Anghiari, di Leonardo, e la battaglia di San Romano, di Michelangelo. Anche questo grande toscano quasi appare sul palcoscenico, nominato dallo stesso Leonardo, in aperta polemica con chi, trasferitosi a Roma, tradisce, in un certo senso, quell’asciuttezza dell’arte che invece a lui è sempre rimasta cara. Un’idea, quella dell’incompiutezza, che da sempre si accompagna alla figura di Leonardo e che indubbiamente ne aumenta il fascino.
Uno spettacolo che è insieme un omaggio alle genti di Toscana, e un invito a riflettere su un personaggio forse meno conosciuto di quanto si pensi, un uomo libero e anticonformista, allergico alle accademie e fiero di essere italiano, e prima ancora toscano.

Niccolò Lucarelli
(Pratoreporter)
 
Recensioni di Anito e Garibalda
Scenografie e luci ridotte all'essenziale e massima concentrazione sulla recitazione. Questa è, da sempre, la "ricetta" usata da Maila Ermini per fare teatro e per comunicare i propri messaggi. Anche questa volta, in occasione di "Anito e Garibalda", gli ingredienti sono quelli conosciuti, con l'aggiunta di tanta, tanta intelligente comicità.
I protagonisti della vicenda, Anito e Garibalda appunto, si ritrovano essere due concorrenti di un reality show storico. Il tema affrontato, ovviamente, è l'Unità d'Italia e il gioco ruota tutto intorno al viaggio dei Mille. Cambiano, però, le regole e il sesso di quelli che furono i veri protagonisti storici dell'unità d'Italia. Battute, gag, fraintendimenti, canzoni e apparizioni di fantasmi accompagnano lo spettatore per tutta la durata della pièce.
L'idea portata in scena da Gianfelice D'Accolti e da Maila Ermini, che ne firma anche la regia, è intelligente, spiritosa, brillante. Il tono è grottesco, surreale, ricorda quello del periodo brillante del teatro di Dario Fo. Il ritmo incessante, in perfetto stile reality-show, contribuisce alla riuscita comica dello spettacolo.
Ancora una volta la Ermini si scaglia contro la televisione, intesa come mezzo che riesce a banalizzare tutto, perfino la storia. (Veronica Valente - ERBA magazine, aprile 2011)

“La banalizzazione della storia ad opera della TV” questo il concetto semplice ed attuale su cui si basa lo spettacolo. La rievocazione dello storico viaggio fatto da Garibaldi e dalla sua compagna Anita e il loro ruolo all’interno della storia italiana è qui affidato al gioco perverso dello stravolgimento televisivo del REALITY, in cui gli stessi protagonisti vengono assoldati per la guerra dell’audience e perciò lo spettatore, destinatario del prodotto condito da stacchetti pupù-pupù-pupùbblicitari, non si stupirà di vedere un Anito un pò “transgender”, solo per esigenze di copione, ma pronto a concupire aspiranti starlette per averne i favori in cambio di fantasmatiche parti da protagonista nel programma, ed una Garibalda un pò burbera ed impacciata nel difendere il suo ruolo storico, ma pur ligia nel suo lavoro tanto da bacchettare anche il compagno distratto dalle conquiste. Ne esce così una parodia sarcastica e brillante in cui si susseguono incidenti di percorso, incontri imprevisti, stacchetti musicali, gaffe che rimandano a luoghi comuni dal sapore provinciale che ben dipinge un’ unità non ancora raggiunta, e un’Italia da ripensare”. (Silvia Antichi, Radiospin – Prato)
 
RECENSIONI
Recensioni di Pratopezza

Maila Ermini porta in scena il suo Pratopezza al Teatro La Baracca, un novello Pinocchio in salsa pratese

In via Virginia Frosini al numero 8 c’è un piccolo teatro, “ La Baracca”, che esiste nella nostra città dal 1993, fondato dopo la ristrutturazione di una officina di rimessaggio di una comunità contadina. E’ un luogo poco conosciuto e ristretto, ma indipendente e aperto a qualsiasi proposta per la messa in scena di spettacoli dalle tematiche sociali e ambientali.All’interno di questo spazio si avvicendano rappresentazioni per adulti e per ragazzi, con una stagione che al momento presenta soprattutto pièce scritte dalle due anime del progetto, Maila Ermini e Gianfelice D’Accolti. Questa sera, sabato 26 marzo, alle ore 21 salirà sul palco “Pratopezza”, scritto e interpretato da Maila Ermini. Il personaggio di Pratopezza è un po’ un novello Pinocchio: nasce da un rotolo di tessuto e incappa in esperienze e situazioni al limite del possibile. Oltre a essere un po’ scontroso e ribelle, è simpaticissimo, goloso di cantucci di Prato e di vin Santo, ma soprattutto un grande inventore di storie, tante e diverse come i fili di tessuto con cui è stato prodotto: ogni singola toppa, ogni parte di sé, proveniente da vecchi stracci malmessi, gli hanno trasmesso una quantità infinita di storie. Uno spettacolo molto simpatico che unisce il divertimento alla riflessione; il nostro passato riemerge con prepotenza in una storiella non solo per bambini che, con atmosfere che ricordano tanto Carlo Collodi, riconferma la grande genialità della Ermini, che abbiamo potuto apprezzare anche poco tempo fa al Teatro Magnolfi di via Gobetti (con Anito e Garibalda).

Elia Frosini, Notizie di Prato

26 marzo 2011


PRATOPEZZA di Maila Ermini
“Io sono particolare, perché dentro di me ci sono tante storie. I tessuti che faceva il mio babbo venivano da tutto il mondo… le storie di tutto il mondo… le imparai quando ero tessuto!”. Così si presenta Pratopezza, il personaggio teatrale frutto di una geniale intuizione di Maila Ermini. Pratopezza nasce dai cenci che confluivano nelle fabbriche pratesi, provenienti da tutto il mondo, e ognuno di quegli stracci era portatore di una storia. Pratopezza è fatto di fili, ogni filo narra una storia. E visto che a volte nei fili ci sono i nodi, Pratopezza è balbuziente.
Lo spettacolo della Ermini è per ragazzi, è fatto di granchi che chiedono un vestito su misura e topolini che vogliono mangiare i cantucci, e con tratti di interattività riesce a coinvolgere il giovane pubblico presente. Ma non si ferma lì, perché Pratopezza racconta storie, e le storie piacciono a grandi e piccini. Senza contare che ogni storia può essere rappresentativa di ogni società, dove si possono leggere risvolti d’attualità, come quando Pratopezza narra del dittatore che impediva ai suoi sudditi di lavarsi le orecchie, cosicché il popolo smise di dialogare e di parlare, favorendo il potere.
È la Maila Ermini di sempre, dunque, anche quando lo spettacolo si rivolge ai bambini. Ma la vera grandiosità dell’opera sta nel personaggio creato, un pratese figlio del tessuto, che vive in un portaballe e che ha smesso di stare ai telai per andare in giro a raccontare le storie che ha imparato dagli stracci. Il potenziale di questo personaggio è immenso, può raccontare un’infinità di storie e rivolgersi, con quella sua movenza sbalestrata, a tutte le tipologie di spettatori.
Non resta che augurarsi che la Maila Ermini sviluppi questa maschera pratese, per farne un vero punto di riferimento, una sorta di grillo parlante della città. E soprattutto che anche le istituzioni ne riconoscano la portata e gli diano il giusto spazio nel teatro locale." Piero Ianniello, Nuovo Corriere di Prato, 22 febbraio 2011

ANITO E GARIBALDA, di Maila Ermini
Basato su un impianto scenico essenziale che non lascia spazio a orpelli e sovrastrutture, Anito e Garibalda di Maila Ermini, autrice già nota per operazioni drammaturgicamente complesse come 'Laris Pulenas' e il 'Dramma intorno ai concubini di Prato', risolte però registicamente in modo semplice ed efficace dall’interpretazioni di due soli attori – la stessa Ermini affiancata dal D’Accolti – fa finta di svolgersi in uno studio televisivo dove è in corso l’affannosa costruzione dell’ennesimo ‘realiti’ con cui addormentare le coscienze televisive.
Questa volta, però, il tema (l’Unità d’Italia nelle gesta dell’’eroe dei due mondi’ e della sua famosa compagna), i protagonisti (Anito e Garibalda, latori di una inversione semantico-sessuale dei due famosi personaggi) e il contesto (la regia televisiva che deve domare i due maldestri malcapitati-attori e
ricondurli nello stazzo pubblicitario in cui sono immersi e costretti), generano una sequenza di azioni, canzoni, trovate comiche, incidenti scenici, interruzioni di percorso, apparizioni di fantasmi che conducono lo spettatore nel caos più comico e inimmaginabile, dipingendo una Italia non solo ancora da farsi ma semmai tutta da ripensare ancora e difendere dal vero nemico che l’attacca: la stupidità e il vuoto, il fanatismo del successo.
Spettacolo attuale e antitelevisivo, interpretato da una burbera e rinco-sindacalizzata Garibalda accompagnata e sostenuta di un Anito ‘en travesti’, che tuttavia non rinuncia alle seduzioni del sesso femminile. (Giorgio Intina).

GONFIENTI, STORIA DI UNA BATTAGLIA
Maila Ermini ha appena mandato in libreria Gonfienti. Storia di una battaglia per i tipi delle Edizioni del Teatrino di Legno. Negli otto agili capitoli che ne compongono la prima parte, l'autrice rappresenta un quadro sintetico della controversa vicenda di questo sito archeologico, segnato dalla sorte peggiore che possa toccare a un centro antico: non quella di non essere mai individuato e portato alla luce, ma la maledizione di essere distrutto per sempre una volta riscoperto. Pagina dopo pagina Maila stende la cronaca di una morte annunciata, anche se nelle parole dei protagonisti sempre negata: il libro può essere considerato dunque un referto post mortem. La vittima è la città etrusca sorta in epoca arcaica sul Bisenzio, alle pendici dei Monti della Calvana, con una villa di oltre 1400 metri quadri riconosciuta dagli archeologi come la più ampia abitazione dell'Italia antica prima della Roma imperiale. La parabola descritta prende avvio dal casuale ritrovamento alla fine del 1996 dei primi reperti per concludersi mestamente con il riseppellimento della città. Il movente di questo delitto culturale è chiarissimo, anche se possiamo affibbiargli una lunga serie di nomi che non ne cambierebbero comunque la natura: soldi, sviluppo economico, potenziamento del traffico merci su scala regionale... Destino ha voluto infatti che l'area del costituendo Interporto della Toscana Centrale coincidesse quasi totalmente con quella della sottostante città etrusca, sacrificata senza troppi crucci a Mammona. Che farsene di alcuni muri, di un decumano (per quanto straordinariamente ampio), dei canali di scolo delle acque? La pur splendida kylix attribuita al pittore Douris non vale quanto una statua. Avessero gli archeologi ritrovato almeno una benedetta scultura, magari il ritratto del celebre Porsenna, forse la sorte di Gonfienti sarebbe stata diversa. È proprio questo uno dei paradossi che mette in evidenza Maila: anche il patrimonio antico viene mercificato e considerato sub specie pecuniae. Se una statua vale più di un vaso, la mancanza di reperti “spendibili” presso l'opinione pubblica svilisce il valore del ritrovamento che diventa presto un fardello, un problema o al massimo una “risorsa” nel quadro di un progetto di sfruttamento turistico. Secondo questa concezione miope, un bene culturale vale per quanto può rendere, non di per sé come testimonianza e patrimonio. Gonfienti. Storia di una battaglia è frutto e insieme seme dello spettacolo che la stessa Maila ha portato in scena lo scorso novembre al teatro La Baracca (qui potete leggere la mia recensione, un cui ampio brano viene citato nel libro). L'attrice pratese interpreta la sua professione con una profonda e dunque polemica passione civile e ne dà un'ulteriore prova in questo libello. Qui, come in un dramma greco, i protagonisti sono portatori ciascuno della propria verità e benché si parlino molto sul “palcoscenico” cittadino in riunioni, incontri pubblici o attraverso i giornali, riescono a comunicarsi poco o nulla. Per continuare la metafora aggiungo che Maila ha scelto per sé il doppio ruolo di drammaturga e personaggio, affidandosi – tanto nel testo, quanto nella condotta politica che lo ha preceduto, sia ben chiaro – il più scomodo di tutti: quello della profetessa inascoltata. Per denunciare il destino segnato di Gonfienti Maila decide di partecipare alle elezioni amministrative del 2009, come candidata alla carica di sindaco con la lista civica Per il Bene Comune e arriva a chiedere le dimissioni della ispettrice per i Beni Archeologici della Toscana, dottoressa Gabriella Poggesi, accusandola di non saper gestire il sito di Gonfienti. Dimostra anche di non mancare d'ironia che a volte declina negli accenti più aspri del sarcasmo, per esempio quando risponde al responsabile di un gruppo di associazioni interessate al futuro della città antica: “Egregio Signore: siamo passati dalla Rete al Tavolo: non sarà forse una partita di ping-pong?”. Da donna di teatro prestata momentaneamente alla politica (due campi per altro assai prossimi, come ci dimostrano ormai da troppi anni le cronache parlamentari) Maila è in grado di individuare e portare allo scoperto le verità nascoste sotto i buoni propositi, registrando con dispiacere la scomparsa politica dei protagonisti della battaglia, fino a chiudere il libro con parole amare e sconsolate, lasciando nero su bianco previsioni dalle tinte ancora più fosche. Nella seconda parte del libro sono riportati i documenti della battaglia. Qui Maila fa parlare direttamente le carte, dalla bozza della scheda processuale redatta dal professor Giuseppe Centauro, all'intervento della stessa ispettrice Poggesi, passando per la denuncia presentata ai Carabinieri di Prato per danni diretti e indiretti, incuria e provocata rovina di area archeologica e danno paesaggistico e ambientale. Infine correda il libro un album fotografico che testimonia i momenti salienti della battaglia. Diceva nel secolo scorso un giovane argentino che le battaglie non si perdono, si vincono sempre. Per questo vanno combattute.
www.alinbionline.it, maggio 2010
 
Un commento su "Cenerentola è andata via"
Complimenti Maila per lo spettacolo di Cenerentola,
uno spettacolo davvero intelligente, filosofico, divertente. Non ho avuto modo di rimanere per un breve dibattito ma ti invio ugualmente le mie considerazioni. Mi piacerebbe vedere il seguito, dovresti scriverlo, un pezzo sul futuro della donna, su come lo vedi e su come lo sogniamo. Sai io sento molto la problematicità di Cenerentola oggi, ovvero della donna contemporanea che da un lato crede ancora alla favola (marito e figli), dall'altra ha una sua identità a se stante, irriducibile, che tiene a mantenere, sviluppare e consolidare, fra le mille difficoltà.
La famiglia oggi è una sfida per tutti, anche per gli uomini, in questa epoca di libertà e solitudine, dove le relazioni familiari sono cotrassegnate da nuovi caratteri ma ancora contano per fortuna...Cenerentola s'interroga in italiano e parla in dialetto, divisa fra la consapevolezza e l'emozione..Secondo me deve tornare a casa, non perché la chiamano ma perché deve accettare la sfida con se stessa, affrontare l'ambivalenza, non necessariamente per risolverla, ma per viverla fino in fondo. Mi piace pensare che la Cenerentola del futuro sia molto coraggiosa, determinata, ma ancora capace di animare il mondo delle favole, con la speranza verace di chi crede anche fortemente ai sentimenti. Al di là delle pressioni esterne. Forse la società ha bisogno di donne nuove, un pò latitanti sì ma che tornano.
Anche Gabriel ha apprezzato molto i tuoi spettacoli per ragazzi e dunque è ormai fan della baracca e di Maila, che per prima insegnò alla mamma l'amore per il teatro.
A presto, Sylva Batisti
 
Recensione di Gonfienti, storia di una battaglia
Segnaliamo la recensione e le fotografie del nostro spettacolo e libro GONFIENTI, STORIA DI UNA BATTAGLIA apparsi su www.alibionline.it
 
I NOSTRI SPETTACOLI
IL PROSSIMO DEBUTTO A LA BARACCA

BACO GIGI SCIO'
 
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