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RECENSIONI
Recensioni di Pratopezza

Maila Ermini porta in scena il suo Pratopezza al Teatro La Baracca, un novello Pinocchio in salsa pratese

In via Virginia Frosini al numero 8 c’è un piccolo teatro, “ La Baracca”, che esiste nella nostra città dal 1993, fondato dopo la ristrutturazione di una officina di rimessaggio di una comunità contadina. E’ un luogo poco conosciuto e ristretto, ma indipendente e aperto a qualsiasi proposta per la messa in scena di spettacoli dalle tematiche sociali e ambientali.All’interno di questo spazio si avvicendano rappresentazioni per adulti e per ragazzi, con una stagione che al momento presenta soprattutto pièce scritte dalle due anime del progetto, Maila Ermini e Gianfelice D’Accolti. Questa sera, sabato 26 marzo, alle ore 21 salirà sul palco “Pratopezza”, scritto e interpretato da Maila Ermini. Il personaggio di Pratopezza è un po’ un novello Pinocchio: nasce da un rotolo di tessuto e incappa in esperienze e situazioni al limite del possibile. Oltre a essere un po’ scontroso e ribelle, è simpaticissimo, goloso di cantucci di Prato e di vin Santo, ma soprattutto un grande inventore di storie, tante e diverse come i fili di tessuto con cui è stato prodotto: ogni singola toppa, ogni parte di sé, proveniente da vecchi stracci malmessi, gli hanno trasmesso una quantità infinita di storie. Uno spettacolo molto simpatico che unisce il divertimento alla riflessione; il nostro passato riemerge con prepotenza in una storiella non solo per bambini che, con atmosfere che ricordano tanto Carlo Collodi, riconferma la grande genialità della Ermini, che abbiamo potuto apprezzare anche poco tempo fa al Teatro Magnolfi di via Gobetti (con Anito e Garibalda).

Elia Frosini, Notizie di Prato

26 marzo 2011


PRATOPEZZA di Maila Ermini
“Io sono particolare, perché dentro di me ci sono tante storie. I tessuti che faceva il mio babbo venivano da tutto il mondo… le storie di tutto il mondo… le imparai quando ero tessuto!”. Così si presenta Pratopezza, il personaggio teatrale frutto di una geniale intuizione di Maila Ermini. Pratopezza nasce dai cenci che confluivano nelle fabbriche pratesi, provenienti da tutto il mondo, e ognuno di quegli stracci era portatore di una storia. Pratopezza è fatto di fili, ogni filo narra una storia. E visto che a volte nei fili ci sono i nodi, Pratopezza è balbuziente.
Lo spettacolo della Ermini è per ragazzi, è fatto di granchi che chiedono un vestito su misura e topolini che vogliono mangiare i cantucci, e con tratti di interattività riesce a coinvolgere il giovane pubblico presente. Ma non si ferma lì, perché Pratopezza racconta storie, e le storie piacciono a grandi e piccini. Senza contare che ogni storia può essere rappresentativa di ogni società, dove si possono leggere risvolti d’attualità, come quando Pratopezza narra del dittatore che impediva ai suoi sudditi di lavarsi le orecchie, cosicché il popolo smise di dialogare e di parlare, favorendo il potere.
È la Maila Ermini di sempre, dunque, anche quando lo spettacolo si rivolge ai bambini. Ma la vera grandiosità dell’opera sta nel personaggio creato, un pratese figlio del tessuto, che vive in un portaballe e che ha smesso di stare ai telai per andare in giro a raccontare le storie che ha imparato dagli stracci. Il potenziale di questo personaggio è immenso, può raccontare un’infinità di storie e rivolgersi, con quella sua movenza sbalestrata, a tutte le tipologie di spettatori.
Non resta che augurarsi che la Maila Ermini sviluppi questa maschera pratese, per farne un vero punto di riferimento, una sorta di grillo parlante della città. E soprattutto che anche le istituzioni ne riconoscano la portata e gli diano il giusto spazio nel teatro locale." Piero Ianniello, Nuovo Corriere di Prato, 22 febbraio 2011

ANITO E GARIBALDA, di Maila Ermini
Basato su un impianto scenico essenziale che non lascia spazio a orpelli e sovrastrutture, Anito e Garibalda di Maila Ermini, autrice già nota per operazioni drammaturgicamente complesse come 'Laris Pulenas' e il 'Dramma intorno ai concubini di Prato', risolte però registicamente in modo semplice ed efficace dall’interpretazioni di due soli attori – la stessa Ermini affiancata dal D’Accolti – fa finta di svolgersi in uno studio televisivo dove è in corso l’affannosa costruzione dell’ennesimo ‘realiti’ con cui addormentare le coscienze televisive.
Questa volta, però, il tema (l’Unità d’Italia nelle gesta dell’’eroe dei due mondi’ e della sua famosa compagna), i protagonisti (Anito e Garibalda, latori di una inversione semantico-sessuale dei due famosi personaggi) e il contesto (la regia televisiva che deve domare i due maldestri malcapitati-attori e
ricondurli nello stazzo pubblicitario in cui sono immersi e costretti), generano una sequenza di azioni, canzoni, trovate comiche, incidenti scenici, interruzioni di percorso, apparizioni di fantasmi che conducono lo spettatore nel caos più comico e inimmaginabile, dipingendo una Italia non solo ancora da farsi ma semmai tutta da ripensare ancora e difendere dal vero nemico che l’attacca: la stupidità e il vuoto, il fanatismo del successo.
Spettacolo attuale e antitelevisivo, interpretato da una burbera e rinco-sindacalizzata Garibalda accompagnata e sostenuta di un Anito ‘en travesti’, che tuttavia non rinuncia alle seduzioni del sesso femminile. (Giorgio Intina).

GONFIENTI, STORIA DI UNA BATTAGLIA
Maila Ermini ha appena mandato in libreria Gonfienti. Storia di una battaglia per i tipi delle Edizioni del Teatrino di Legno. Negli otto agili capitoli che ne compongono la prima parte, l'autrice rappresenta un quadro sintetico della controversa vicenda di questo sito archeologico, segnato dalla sorte peggiore che possa toccare a un centro antico: non quella di non essere mai individuato e portato alla luce, ma la maledizione di essere distrutto per sempre una volta riscoperto. Pagina dopo pagina Maila stende la cronaca di una morte annunciata, anche se nelle parole dei protagonisti sempre negata: il libro può essere considerato dunque un referto post mortem. La vittima è la città etrusca sorta in epoca arcaica sul Bisenzio, alle pendici dei Monti della Calvana, con una villa di oltre 1400 metri quadri riconosciuta dagli archeologi come la più ampia abitazione dell'Italia antica prima della Roma imperiale. La parabola descritta prende avvio dal casuale ritrovamento alla fine del 1996 dei primi reperti per concludersi mestamente con il riseppellimento della città. Il movente di questo delitto culturale è chiarissimo, anche se possiamo affibbiargli una lunga serie di nomi che non ne cambierebbero comunque la natura: soldi, sviluppo economico, potenziamento del traffico merci su scala regionale... Destino ha voluto infatti che l'area del costituendo Interporto della Toscana Centrale coincidesse quasi totalmente con quella della sottostante città etrusca, sacrificata senza troppi crucci a Mammona. Che farsene di alcuni muri, di un decumano (per quanto straordinariamente ampio), dei canali di scolo delle acque? La pur splendida kylix attribuita al pittore Douris non vale quanto una statua. Avessero gli archeologi ritrovato almeno una benedetta scultura, magari il ritratto del celebre Porsenna, forse la sorte di Gonfienti sarebbe stata diversa. È proprio questo uno dei paradossi che mette in evidenza Maila: anche il patrimonio antico viene mercificato e considerato sub specie pecuniae. Se una statua vale più di un vaso, la mancanza di reperti “spendibili” presso l'opinione pubblica svilisce il valore del ritrovamento che diventa presto un fardello, un problema o al massimo una “risorsa” nel quadro di un progetto di sfruttamento turistico. Secondo questa concezione miope, un bene culturale vale per quanto può rendere, non di per sé come testimonianza e patrimonio. Gonfienti. Storia di una battaglia è frutto e insieme seme dello spettacolo che la stessa Maila ha portato in scena lo scorso novembre al teatro La Baracca (qui potete leggere la mia recensione, un cui ampio brano viene citato nel libro). L'attrice pratese interpreta la sua professione con una profonda e dunque polemica passione civile e ne dà un'ulteriore prova in questo libello. Qui, come in un dramma greco, i protagonisti sono portatori ciascuno della propria verità e benché si parlino molto sul “palcoscenico” cittadino in riunioni, incontri pubblici o attraverso i giornali, riescono a comunicarsi poco o nulla. Per continuare la metafora aggiungo che Maila ha scelto per sé il doppio ruolo di drammaturga e personaggio, affidandosi – tanto nel testo, quanto nella condotta politica che lo ha preceduto, sia ben chiaro – il più scomodo di tutti: quello della profetessa inascoltata. Per denunciare il destino segnato di Gonfienti Maila decide di partecipare alle elezioni amministrative del 2009, come candidata alla carica di sindaco con la lista civica Per il Bene Comune e arriva a chiedere le dimissioni della ispettrice per i Beni Archeologici della Toscana, dottoressa Gabriella Poggesi, accusandola di non saper gestire il sito di Gonfienti. Dimostra anche di non mancare d'ironia che a volte declina negli accenti più aspri del sarcasmo, per esempio quando risponde al responsabile di un gruppo di associazioni interessate al futuro della città antica: “Egregio Signore: siamo passati dalla Rete al Tavolo: non sarà forse una partita di ping-pong?”. Da donna di teatro prestata momentaneamente alla politica (due campi per altro assai prossimi, come ci dimostrano ormai da troppi anni le cronache parlamentari) Maila è in grado di individuare e portare allo scoperto le verità nascoste sotto i buoni propositi, registrando con dispiacere la scomparsa politica dei protagonisti della battaglia, fino a chiudere il libro con parole amare e sconsolate, lasciando nero su bianco previsioni dalle tinte ancora più fosche. Nella seconda parte del libro sono riportati i documenti della battaglia. Qui Maila fa parlare direttamente le carte, dalla bozza della scheda processuale redatta dal professor Giuseppe Centauro, all'intervento della stessa ispettrice Poggesi, passando per la denuncia presentata ai Carabinieri di Prato per danni diretti e indiretti, incuria e provocata rovina di area archeologica e danno paesaggistico e ambientale. Infine correda il libro un album fotografico che testimonia i momenti salienti della battaglia. Diceva nel secolo scorso un giovane argentino che le battaglie non si perdono, si vincono sempre. Per questo vanno combattute.
www.alinbionline.it, maggio 2010
 

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