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MATILDA
LA STAGIONE INVERNALE E' TERMINATA CON "MATILDA" DI CUI POTETE LEGGERE LA RECENSIONE

MATILDA, AMARA LIBERTINA DEI NOSTRI GIORNI
Si è chiusa ieri sera la stagione teatrale 2011-2012 del Teatro La Baracca, con lo spettacolo Matilda. Scritta e diretta da Maila Ermini, questa godibilissima pièce in lingua fiorentina è uno dei rari esempi di teatro vernacolare non disimpegnato, ma che al contrario affronta un tema controverso come il sesso e la sue percezione in questi anni di rinnovata pruderie.
Maila Ermini interpreta Matilda, appunto, professoressa di matematica ormai in pensione, che dopo decenni trascorsi nell’insoddisfazione di una vita che non sentiva sua, a settantacinque anni decide di rimettersi in gioco prostituendosi per il piacere suo e dei clienti. Una provocazione che scatena l’ira dei suoi familiari, i quali decidono di chiuderla in casa impedendole di svolgere il “mestiere”.
Una commedia, questa, dagli echi balzachiani, incentrata su un difficile scontro generazionale, sul profondo distacco fra giovani e vecchi, questi ultimi guardati con disprezzo.
Ermini interpreta questo difficile personaggio con particolare bravura, assumendone l’incedere incerto contrapposto alla fierezza di carattere sottolineata da una voce decisa anche se leggermente arrochita, dando così prova della versatilità delle sue doti di attrice oltre che di drammaturga. Nel suo dialogo con i familiari, Matilda si racconta più o meno apertamente, ma senza inutili nostalgie. È anzi ben decisa a guardare avanti, e a vivere in piena libertà gli anni che le restano.
Nella sua fiorentinità emancipata, Matilda canta vecchi stornelli della tradizione toscana che inneggiano all’amore, al suo lato carnale ma anche poetico, tradizione le cui radici affondano nel Medioevo e nello Stilnovo, e con un piccolo sforzo d’immaginazione, non è difficile cogliere sullo sfondo della drammaturgia di Maila Ermini, Dante e la sua Amor che nella mente mi ragiona. Un richiamo che dimostra quanta parte la Toscana abbia nella produzione teatrale della regista.
Nell’amore Matilda vede una possibile via di fuga dalla quotidianità spersonalizzante, dalle ipocrisie e dalla frustrazione di una vita inappagante. Tuttavia, l’unico aspetto dell’amore che oggi sembra essere rimasto è quello carnale, con tutte le problematiche irrisolte dal ’68 in poi.
Emerge il non indolore scontro generazionale, che paradossalmente vede le generazioni più giovani, - qui esemplificate nella figlia, nel genero e nella nipote di Matilda -, molto più timorose di fronte al sesso di quanto non lo sia l’ormai anziana parente. La figlia e il genero si vergognano di lei, non approvano la sua condotta, schiavi come sono dell’ipocrisia borghese, ma soprattutto troppo impegnati “a far soldi nella loro fabbrichetta”, come puntualizza Matilda. E la nipote adolescente, ancora vergine, è completamente digiuna di educazione sessuale; in famiglia non se ne parla, così come non se ne parla nelle scuole. Perché? Ed è questa la riflessione che là pièce di Ermini vuole stimolare negli spettatori. Ignorare per ipocrisia un tema importante com’è appunto il sesso ha causate varie e gravi forme di disagio, soprattutto negli adolescenti, che si scoprono confusi e impreparati nel gestire le naturali pulsioni biologiche, e hanno difficoltà nell’approccio maschi-femmine. In secondo luogo, anche i giovani adulti, la “generazione di mezzo”, vive il sesso con disagio, vergognandosi da una parte degli eccessi del ’68, e sfogando il desiderio attraverso un voyeurismo vissuto con colpevolezza.
Inutile specificare il più grave disagio sociale causato da frustrazioni del genere.
Molto bella la scenografia, che ripropone un interno borghese databile attorno alla metà degli anni Cinquanta, e che sembra estratto di peso da un film di Bolognini o Monicelli. Un clima poeticamente nostalgico, accostato alle canzoni che arrivano da una radio in un angolo della stanza: Buscaglione, Paoli, Celentano. E la memoria corre indietro nel tempo, a quel decennio che va, a un di presso, dal 1955 al 1965, gli anni della gioventù di Matilda. Lo spettacolo è così idealmente sospeso fra due epoche, e propone, anche visivamente e uditivamente, la problematica del rapporto fra essere e tempo. In chiusura, come ultima canzone con il sipario già calato, si può ascoltare Sapore di mare, l’ultima illusione di poter sentire il sapore dell’altro e superare così la dolorosa solitudine della vita.
Ma i riferimenti al cinema si ritrovano anche nella vena di amara comicità che permea lo spettacolo, accostabile a quel filone della commedia italiana che ha in Amici miei l’esempio più fulgido. Si ride, ma con risvolti di profonda amarezza, fra nostalgia della gioventù e la vana illusione di poter andare oltre sé stessi; ed è questo l’uso che Matilda fa del sesso, andando però incontro, come ermeticamente fa capire lei stessa, alla delusione.
Unica nota stonata, il pubblico, che ieri sera non era esattamente numeroso. È vero che da una parte si deve considerare la concomitanza di più eventi teatrali a Prato e dintorni, ma dall’altra, a nostro modesto parere, è mancata nel pubblico una certa capacità critica di discernimento a proposito della qualità delle varie offerte teatrali. Troppo spesso ci si lascia abbagliare dalle luci vuote di un cartellone ufficiale, e si tralascia la qualità delle produzioni minori, produzioni che spesso affrontano temi scomodi che inducono a riflessioni profonde e talvolta dolorose. E tuttavia, è proprio con riflessioni del genere che si può instaurare quel proficuo dialogo e quel senso critico capaci di risollevare gli individui dalla crisi sociale in cui sono caduti. A Prato, questo coraggio ancora manca in larga parte.
Niccolò Lucarelli (Pratoreporter)
 

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